Riflessioni sulla pandemia

Chi pensava che il nuovo anno e l’arrivo del vaccino avrebbero fatto concludere la crisi che stiamo vivendo ormai da un anno, si sbagliava. Gennaio 2021 sembra  un mese aggiunto in coda al 2020. Purtroppo siamo ancora in piena emergenza, con la diffusione dell’epidemia che continua a essere impietosa. A fare da sfondo ci sono i colori delle regioni che cambiano settimanalmente assieme alle loro restrizioni e le scuole che non sanno quando potranno ritornare ad accogliere gli studenti in presenza perché regna la confusione: il Ministro all’istruzione sostiene una sua visione, le regioni un’altra e i giudici un’altra ancora.

 Come se non bastasse cittadini, famiglie e aziende, avvertono lo scorrere del timer legato alla bomba socio economica di primavera e che per questo vivono una situazione di grande incertezza, ora aggravata dalla crisi di governo. Aggiungo, inoltre, la continua confusione su come affrontare il lockdown, tra continue differenti linee di pensiero, versioni contrastanti degli esperti di turno, dottrine complottiste o negazioniste. E in più atteggiamenti a dir poco superficiali di una parte di cittadini che rischiano di compromettere ulteriormente il futuro prossimo. Tutto questo rappresenta la perfetta fotografia dell’enorme caos che circonda.

Inevitabilmente la pandemia ha rimescolato le carte della sanità su scala mondiale, toccando i limiti di quella italiana, rendendo ben visibili le  mancanze di quella parte di politica pressappochista, arraffona e improvvisata. Personalmente, come tutti, l’aspetto che più mi ha sorpreso è stato lo sviluppo rapido e radicato nel mondo della pandemia.

Ci vedevamo invincibili, invulnerabili, protetti della scienza e di essere garantiti dalla medicina, ma soprattutto di essere i padroni del progresso.

Credevamo che l’emergenza sanitaria  riguardasse i popoli poveri e che le epidemie riguardassero il terzo mondo, ne siamo stati travolti come tutto il mondo.

Invece è arrivato un micro organismo infinitamente piccolo che ha sconvolto le nostre certezze, rivelando tutte le nostre fragilità. La nostra sanità è in difficoltà. Scarseggiano i posti letto nelle sale di rianimazione e i macchinari necessari  per la cura delle infezioni da Covid-19. In Italia sono 7.500 (fonte Governo al 16 novembre) i letti di terapia intensiva disponibili, contro i 29.000 della Germania. E’il frutto di decisioni sbagliate fatte negli anni da chi ha governato il Paese. E’ stato ridotto il numero degli ospedali, quello dei posti letto ed è stata favorita la sanità privata convenzionata, anche nel Veneto Orientale. E questo anche con l’avallo delle forze di “sinistra”. Senza dimenticare che la sanità privata ha, giustamente dal proprio punto di vista, scelto di non avere posti letto di terapia intensiva perché poco remunerativi.

Ma la difficoltà è dovuta anche dal fatto che mancano decine di migliaia di medici ed infermieri per affrontare l’emergenza; un risultato quest’ultimo legato alle scelte sbagliate nella programmazione degli accessi-iscritti ai corsi di medicina nelle Università del nostro Paese. Il dato di fatto è che il personale medico e paramedico mancava già prima dell’emergenza.

Se i numeri degli ammalati non scenderanno, i medici che operano in terapia intensiva si troveranno presto a dover decidere a quali ammalati garantire le cure e quali invece lasciar morire.

Non lo so se questo è già accaduto, accade oggi o accadrà in futuro, sappiamo però che per la carenza di posti si spostano di provincia (o di Regione) gli ammalati in terapia intensiva.

Per lo stesso motivo in questo periodo si chiede a coloro hanno bisogno di esami clinici, di rimandarli. Ad essere rinviate sono state anche le visite e tutte quelle attività definite di routine e per tanto programmali a largo raggio.

In queste settimane la riforma del titolo V della Costituzione, che affidò alle Regioni la gestione della Sanità, mostra i suoi limiti: per giorni le Regioni colpite dal Covid-19 si sono mosse in ordine sparso, contribuendo ad aumentare la confusione e, se non a diffondere, certamente a non rallentare la diffusione del virus. Tuttavia quello della sanità è solo un aspetto di una crisi che, a causa del virus, sta attaccando tutto il sistema economico-sociale dell’Italia.

Non caso la situazione sociale, economica e politica del Paese è in continua tensione anche per effetto di quelle confusione che ci pressa ormai da parecchi mesi.

Negli ingranaggi del nostro Paese oggi è entrato un elemento estraneo (il virus) che danneggia e blocca gran parte dei meccanismi. L’intervento immediato, perché la macchina non si fermi, è volto a riparare o sostituire quelle parti danneggiate, a partire da quelle indispensabili a far muovere tutti le altre. E’ quello che sta tentando di fare lo Stato, prima di tutto con il potenziamento delle rianimazioni e del personale sanitario. Ma anche con le indicazioni alla cittadinanza e il sostegno all’economia, tuttavia una grande azienda che vede compromessa la propria attività a causa di un elemento estraneo ha bisogno di un aiuto concreto e prolungato. Il sostegno a “spot” rischia di essere una illusione,  con il rischio di delegare la ripartenza alla capacità e alla forza degli stessi cittadini. O peggio ancora di prolungare l’agonia.

Oggi per risorgere come Paese servono certezze e vero spirito di squadra. Servono delle guide che siano in grado di indicare la retta via, senza giochi di potere. Serve una presa di coscienza che fonda le proprie radici nella storia della nostra Repubblica, base fondamentale per indicare i temi e le priorità per la ricostruzione del sistema Italia. C’è una sanità da ripensare e da tradurre in realtà, ridando un ruolo centrale al settore pubblico, facendo tesoro degli errori e delle mancanze registrati in questi mesi. Ma anche tutelando le eccellenze che in questo campo non ci mancano affatto (non abbiamo nulla da invidiare al resto del mondo, anzi). Non dobbiamo nemmeno mai dimenticare il duro lavoro (e i sacrifici) di chi è stato in prima linea per affrontare l’emergenza. Ci aspettano tempi difficili, nei quali sarà fondamentale ridare dignità ai lavoratori, incentivando investimenti e sostenendo le imprese affinché riavviano produzioni e attività. Su questo fronte, come tutti gli altri del resto, servono risposte certe e veloci: non possiamo permetterci di perdere altro tempo. Ed è in quest’ottica che diventa altrettanto fondamentale ridare fiducia ai nostri giovani, troppo spesso – soprattutto negli ultimi anni – relegati ai margini.

Antonio Babbo
referente Salute
Lega SPI CGIL Lega Sile